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«Da la vista de li occhi à nascimento»: Le influenze della scienza araba sulla lirica

INFLUENZE DELLA SCIENZA ARABA SULLA LIRICA SICILIANA

L’anatomia dell’occhio nel trattato del medico arabo Al-Mutadibi (XII sec.)

Il Medioevo, lungi dal rappresentare un’epoca oscura e barbarica, ha costituito uno dei più straordinari laboratori interculturali che la storia abbia mai visto. E’ in quest’epoca che varie matrici culturali iniziano a compenetrarsi per dare vita a quelle che sarà la civiltà europea. Come ha ricordato lo storico Jacques Le Goff, l’Europa ha varie radici: in essa si fondono i retaggi della la cultura classica (greco-romana), della cultura cristiana e della cultura germanica. Ma non si può trascurare l’apporto di un’altra matrice: quella arabo-islamica. Tra il VI e il XIV secolo la “mezzaluna” dell’impero arabo si estendeva dalla Bactriana e dalla Persia, sino alla penisola iberica. Nell’827, in pieno Alto Medioevo, gli arabi appartenenti al califfato fatimide d’Egitto sbarcarono in Sicilia, a Marzara del Vallo, iniziando la progressiva conquista dell’Isola, dove impiantarono una florida civiltà il cui retaggio venne poi accolto dai Normanni e da uno dei più straordinari sovrani del Medioevo: Federico II di Svevia (il nipote del Barbarossa). Durante il XIII secolo, proprio nelle corti federiciane di Palermo e Napoli proseguì quella sintesi tra cultura occidentale ed orientale iniziata dai Normanni di Ruggero II. La Sicilia di Federico fu un vero e proprio crogiolo interculturale dove le scienze, la letteratura, la filosofia, la gastronomia sia orientali che occidentali dialogavano e si fondevano. Lo stesso Federico era un uomo di profonda cultura: conosceva bene la lettteratura, la filosofia e la scienza degli “arabi”, dei quali parlava anche la lingua, oltre al tedesco, al latino ed al francese.

Non stupisce quindi che la poesia della cosiddetta “scuola” fiorita in Sicilia alla corte di Federico risentisse, oltre alle ormai note influenze provenzali, anche di profonde influenze provenienti dalla poesia e dalla scienza arabe. I poeti della Scuola siciliana si chiedono se l’amore sia “deo” (sostanza spirituale) o “cosa naturale”. Ed alcuni di essi, come Giacomo da Lentini, descrivono la nascita e lo sviluppo del sentimento d’amore nel corpo umano in modo fisiologico e materialistico.

Consideriamo il sonetto di Giacomo da Lentini che è considerato il manifesto poetico della Scuola Siciliana:

Amore è uno desi[o] che ven da’ core

per abondanza di gran piacimento;

e li occhi in prima genera[n] l’amore

e lo core li dà nutricamento.

Ben è alcuna fiata om amatore

senza vedere so ’namoramento,

ma quell’amor che stringe con furore

da la vista de li occhi ha nas[ci]mento:

ché li occhi rapresenta[n] a lo core

d’onni cosa che veden bono e rio

com’è formata natural[e]mente;

e lo cor, che di zo è concepitore,

imagina, e [li] piace quel desio:

e questo amore regna fra la gente.

Le parti in grassetto ci indicano come il poeta nel sonetto si interroghi sulla nascita e lo sviluppo del sentimento d’amore nel corpo umano come un’entità naturale e materiale: esso nasce da un immagine (quella della donna amata), che viene convogliata poi attraverso i bulbi oculari ed i nervi ottici sino ad impiantarsi nel cuore. Qui l’indagine sulla natura d’amore non è trattata in modo puramente letterario ma si nutre delle conoscenze provenienti dagli studi di ottica e di fisiologia degli scienziati arabi (in primis Ibn Sina e Ibn Rushd, poi noti all’Occidente come Avicenna ed Averroè). I paesi dell’Islàm vantavano infatti una tradizione di ricerche in scienze naturali, come l’ottica e soprattutto la medicina, applicate alla realtà umana: gli arabi avevano sviluppato le ricerche sul mondo naturale, accogliendo la tradizione del pensiero greco e integrandolo con nuove scoperte diffuse poi in tutti i territori dell’impero arabo, inclusa la Sicilia. E anche se il poeta-notaio di Lentini non rifiuta la concezione dell’amore “da lontano” cantato dai provenzali (quello che può nascere per una donna anche senza averla mai vista), per lui l’amore passionale, quello fisico, corporeo, “che stringe con furore”, è quello di cui parlano i trattati scientifici arabi di fisiologia e di ottica: nasce solo e soltanto dalla vista e solo gli occhi rappresentano al cuore la forma naturale di ogni cosa che vedono, che sia buona o cattiva. E’ questo il sostrato scientifico dell’indagine poetica dei siciliani sulla natura d’amore: e, come si può vedere,  non costituisce banalmente labase dell’idillio ma viene mirabilmente trasfigurato in filigrana sino ad una totale di scienza e poesia, dove l’apporto della riflessione scientifica non è più separabile da quello dell’arte poetica.

La tradizione che Italo Calvino descrisse come la più straordinaria della letteratura italiana, quella zona grigia dove si incontrano letteratura, scienza e filosofia (presente in Cavalcanti, Dante, Leonardo, Ariosto, Galileo, Bruno, Leopardi, Gadda, ecc.), trova forse qui le sue origini e le sue prime manifestazioni.