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La battaglia contro la mafia

Un incontro interessante, coinvolgente e avvincente ha richiamato la partecipazione di alcune classi dell’Istituto: nella mattinata di giovedì 14 aprile l’Aula magna della scuola ha ospitato Renato Cortese che ha presentato i momenti cruciali dell’arresto del noto mafioso latitante Bernardo Provenzano. L’iniziativa si inserisce nel Progetto della Legalità che ha il nobile intento di sensibilizzare i ragazzi ad assumere un comportamento corretto e rispettoso delle regole per una piena convivenza civile.
Cortese, ora Dirigente della Squadra mobile di Roma, ha raccontato al pubblico la sua esperienza di poliziotto sempre attento a combattere la  criminalità organizzata fino ad arrivare alla cattura del pericoloso Boss dei Boss: dopo otto anni di indagini, controlli, ricerche, colorate da ansia, tensione, entusiasmo, delusioni e illusioni, all’alba dell’11 Aprile del 2006 l’unità operativa da lui guidata ha fatto irruzione nel casolare a Corleone e ha arrestato l’uomo, mettendo fine a una latitanza da record. Per realizzare la cattura, Cortese e i suoi uomini hanno elaborato una strategia risultata vincente: hanno arrestato prima tutti i suoi più fidati e stretti collaboratori  creando intorno a lui “terra bruciata”. La sensazione di essere solo ha spinto Provenzano a rifugiarsi nel luogo in cui pensava di essere più sicuro ed è lì che Cortese ha fiutato di trovarlo. 
L’individuazione è stata possibile grazie a intercettazioni telefoniche e al ritrovamento nell’orlo dei pantaloni di un fidato di pizzini: piccoli foglietti di carta tramite i quali il boss riusciva a comunicare con l’esterno.
“Non c’è stato bisogno di chiedergli il nome” spiega Cortese, “Avevamo studiato così tanto il suo volto che al momento dell’arresto non abbiamo avuto la necessità di conferma”. L’uomo racconta di aver passato molto tempo a studiare il caso, a memorizzare il volto invecchiato del latitante. Narra anche di aver trascorso una moltitudine di giorni rinchiuso assieme ai colleghi in una piccola cabina elettrica posta vicino al presunto nascondiglio di Provenzano, dalla quale cercavano di capire cosa accadeva in quel casolare. Lo stanziamento era oltre che faticoso molto rischioso, non potevano uscire se non a tarda notte per non destare sospetti.
“Fino a quando non abbiamo avuto la conferma che il boss si trovasse in quel rustico abbiamo dovuto agire con molta cautela, ma dopo tale scoperta fremevamo dalla voglia di arrestarlo”. Cortese ci racconta però di aver agito comunque con molta calma, frenando quell’entusiasmo, sopraffatto dalla paura di farlo fuggire.
Questo è quanto è stato esposto da Renato Cortese agli studenti dell’’istituto Cesaris, coinvolti  nella battaglia anti-mafia che sembra infinita.