Sulla zattera

Caro banco di legno,

Eri il mio letto temporaneo alle otto del mattino. Eri il mio punto d’appoggio nel momento della stanchezza. Eri, e sei, la mia isola nel grande arcipelago della nostra classe ora deserta. Hai sopportato i graffi che ti ho lasciato sul bordo, e ora li porti come delle cicatrici che ti fanno onore come a un veterano. E chissà quante battaglie hai già portato sulle tue spalle ancora prima che arrivassi io. Tu sei diventato la mia opera d’arte proibita, il mio “Davide” di Michelangelo scolpito nel blocco di marmo del tempo, in attesa del suono della campanella dell’intervallo. Ti ho lasciato addosso numerosi tatuaggi che vennero cancellati con quel maledetto straccio umido, che ti lavò le ferite e le mie lacrime versate per matematica. E oltre ad una preziosa opera d’arte tu sei, e rimarrai sempre così, la mia zattera che mi ha trasportato per anni lungo i torrenti ed i fiumi della conoscenza; a volte di disperazione, a volte di gioia.

E oggi mio caro banco, ti trovo in camera mia accanto al mio letto. Ora ci vediamo 24 ore su 24, con la musica in sottofondo mentre studio. Ma non posso scarabocchiare sulla tua superficie, non posso attendere una campanella che non suona qui. E da un arcipelago noi siamo diventati un’isola sola, anche se ci dicono il contrario. Sei tu forse quella certezza della vita che cerchiamo? Ovunque vada, ti ritrovo con me, anche invisibile.

E per assurdo su quest’isola si può fare di tutto: ascoltare la musica, studiare quando si vuole o non studiare proprio, dormire, mangiare, chattare… All’improvviso la zattera si ferma e ci si ritrova in un oceano immenso e fermo, calmo. Il giorno si mischia con la notte, e ci si chiede se il giorno effettivamente c’è e se c’è la notte. La libertà così desiderata da un’anima giovane diventa un ozio, uno scorrere inutile del tempo. Forse è così che ci si perde nel Triangolo delle Bermude, tra gli angoli della rassegnazione, noia e disinteresse.

Ma ecco che all’orizzonte sorge il sole, e quindi c’è il giorno. E la zattera si muove di nuovo verso il suo torrente. Ce n’è ancora di strada da fare.

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